Una vertigine
Vita da Nomade #20 | Solo per un momento, guardare con occhi nuovi l’argento
Fuori dal magazzino il suono del basso arriva ovattato e le voci della gente si mescolano alla musica che filtra dall’interno verso il cortile. Ho una birra in mano e sono in cerchio con dei ragazzi che conosco appena, forse da quella stessa sera. Li ascolto scherzare e ridere, sono presente seppur non partecipe. A un certo punto mi accorgo che riesco a vederle, le farfalle che hanno nello stomaco, svolazzano dentro di loro come dentro delle bocce di vetro. Tutti ce le hanno, tutte le persone nel cortile e pure quelle all’interno che ascoltano il concerto. Poi sento una presenza alla mia sinistra, è una ragazza, è la mia ragazza. Mi prende sottobraccio, stringe leggermente la manica del giubbotto, e io con la mano in tasca stringo le chiavi del van. Stanotte dormiremo fuori.
Una luce fioca passa attraverso una persiana rotta e poi su una grande tenda grigio chiara. Mi sveglio. Non è il mio letto, è un luogo familiare, una casa estiva. Le lenzuola sono bianche come le pareti. Una poltrona in vimini in un angolo con sopra i nostri vestiti. Mi giro e vedo la sua silhouette, una spalla scoperta sbuca dalle lenzuola. La abbraccio da dietro, sento il suo corpo ondeggiare del suo respiro. Appoggio la mia faccia sul suo collo, la chioma sciolta sul cuscino mi fa prudere il naso ma rimango così. E la stringo più forte.
Luci al neon lungo un vialetto, una fontana su più piani, l’acqua che scende rumorosa su vasche sempre più larghe. In alto le luci strobo tagliano il cielo notturno, più in basso intravedo una terrazza con divanetti bianchi a schiera, bicchieri di cocktail, secchielli di ghiaccio. Mi passano accanto persone in abito da sera, nessuno mi guarda. Sono in pantaloncini da bici, le scarpe e i gambali sporchi di fango. Un amico mi viene incontro e fa per sfilarmi qualcosa dalle mani, è una bottiglia di vino. La trattengo, dico che stavolta non posso, che poi gli spiegherò. È già notte e mancano ore di pedalata, mi rendo conto che non arriverò mai a casa per all’appuntamento a cena. Esco. Mi ritrovo in una strada statale buia. Accanto un cartello stradale triangolare. Mi accorgo che il bordo non è liscio, è seghettato, irregolare. Realizzo che tutti i cartelli stradali sono così, che da lontano sembrano perfettamente squadrati ma poi ci si avvicina e sono invece irregolari. Mi chiedo come mai non me ne fossi accorto prima.
Una coda scodinzola ai piedi del letto. È un giorno di settimana ma non abbiamo impostato nessuna sveglia. Mi chiedo che ore sono. Tra la finestra e il mobile di fronte al letto c’è una porta socchiusa che non avevo mai visto, attraverso cui si intravede un corridoio dalle pareti, i mobili e le porte tutti dipinti dello stesso colore verde. Il citofono suona. Lei adesso si sta allacciando i pantaloni di corsa, io sono ancora a letto. Mi dice di sbrigarmi, dobbiamo scappare. Ci ritroviamo in strada. Siamo in un luna park, lei è da qualche parte, sta assaggiando dei formaggi da un banco di degustazioni. Un venditore ambulante si siede accanto a me su una panchina e apre una valigetta. Parla molto lentamente e guarda l’orizzonte. Mi dice che sono bracciali fatti a mano con pietre originali provenienti dall’India. “Se li guardi bene, te ne accorgi”, mi dice, e mi mette in mano uno dei bracciali. Lo osservo, mentre lui sfoglia con le mani gli altri facendoli tintinnare. Sono tutti bellissimi. Ne giro uno tra le dita cercando di capire se possa piacerle, lo rimetto giù, ne prendo un altro. Non riesco a scegliere. Gli dico che torneremo sicuramente, che la prossima volta ne prenderemo uno. Poi passeggiamo in un lungomare, mano nella mano. Passiamo accanto a un campo da basket e un mio vecchio compagno di squadra mi passa il pallone. Faccio una rincorsa e chiudo una schiacciata a una mano come riuscivo un tempo. Tutti esultano, lei mi applaude. Guardo il canestro: è enorme, coi bordi spessi e sbiaditi, molto più basso di quello regolamentare.
È il tramonto, siamo arrivati alla fine di un sentiero in cima a una piccola montagna sul mare. Lei propone di fare un selfie, io le dico che stavolta useremo la mia macchina fotografica. La appoggio su una roccia e faccio partire il conto alla rovescia. Corro accanto a lei e la abbraccio a una spalla. Vedo la spia arancione lampeggiare. Sento che si mette in posa, felice. Io penso che verrò malissimo. Cerco di cambiare espressione, di venire naturale. I secondi passano. Provo a non fare la faccia da pesce, o almeno a non chiudere gli occhi proprio alla fine. I secondi continuano a passare. Ora ho gli occhi sbarrati e sento di avere un sorriso forzato. Mi sento un cretino. Non so cosa fare. La spia lampeggia più veloce, sempre più veloce. I secondi stanno per scadere. Perché non ho un’espressione che funzioni? E se sembro uno scemo? Inclino leggermente la testa cercando un profilo migliore. Provo a comunicare qualcosa con gli occhi. Ma cosa? Che sono felice? La spia lampeggia, lampeggia, lampeggia. Non c’è più tempo per pensare. La macchina sta per scattare. E allora mollo tutto, e per un momento resto semplicemente lì. Tre… due… uno…
Suona la sveglia sul mio orologio elettronico da polso. Mi rigiro nel sacco a pelo, mi sento stordito, ho fatto dei sogni strani. Sento l’urgenza di qualcosa, ma non so cosa. Mi viene da restare qui dentro, sparire, riaddormentarmi. Mi faccio forza, apro la cerniera della tenda. C'è il mare, uno squarcio di mare attraverso l'apertura. La bici è appoggiata lì fuori che mi aspetta. Faccio sempre fatica a partire presto, ma poi puntualmente me ne pento e passo la giornata a rincorrere i chilometri. Accendo il fornelletto e mentre aspetto il caffè metto l'ultimo pezzo di Dimartino. L'ho ascoltato a ripetizione negli ultimi giorni.
“Toglierei questi stivali troppo stretti
Per lasciare l'acqua invadere la pelle”
Nel brano c'è un cercatore d'oro che ha un momento di rottura. A un certo punto smette di combattere la corrente e ha come un'illuminazione: lascia andare l'oro del fiume.
"E a questa corrente che mi tira indietro
mentre io vorrei volare
Lascio trasportare le mie insicurezze
E a questo silenzio che si prende tutto
e non mi fa mai parlare
Lascerò rubare l'oro del fiume"
Si accorge che è possibile lasciare andare i propri obiettivi, che una ricerca può diventare una gabbia. E apre una prospettiva nuova:
"Non so fermare, non so capire, dovrei cercare oltre
Ma poi mi arrendo dentro, mi prenderò l'argento
Devo dimenticare, lasciar stare l'oro del fiume"
Che si può rinnovare la propria identità oltre i ruoli che ci siamo cuciti addosso. Che ci si può ridefinire, a patto di lasciare andare l'immagine che abbiamo costruito di noi stessi. Sfilarci gli stivali e lasciarci andare alla corrente.
Guardo le mie cose: i vestiti sporchi di fango, le borse tecniche, le borracce. Ripenso agli ultimi sei mesi ritirato in un monolocale in silenzio, lontano da tutti. E per un attimo metto tutto in discussione. Dura un secondo, è come una vertigine. Ma tanto basta. Per la prima volta sento un'urgenza diversa dal solito. Partire sì, ma per esaurire la spinta stessa di questa ricerca, per vedere cosa c'è dopo, per togliermi di dosso questi stivali d'un tratto troppo stretti.
Chiudo gli occhi, faccio un respiro profondo. Immagino di diventare un fiume. Di bagnarmi di cose impossibili, senza vergogna né rimorsi. Mi lascio andare, anche solo per un momento, e mi sento libero di immaginare come sarà il mare ad aspettarmi.
Ti piace quello che scrivo? Puoi lasciare un cuoricino ❤️ o un commento 💬 o addirittura offrirmi un caffè ☕️. Sarebbe bellissimo.
Autoscatti
Questo numero poco ortodosso si conclude qui, senza approfondimenti né contabilità. Che ci siam sentiti da poco e non è che io abbia poi molto da dire, a parte le cose che scrivo già, che se le scrivo vuol dire che sono necessarie (per me dico). Nel prossimo numero forse racconterò di un viaggio e forse pure di qualche cambiamento all’orizzonte. Ma per ora salutiamoci qui.
A presto,
P.S. Ah, per i nuovi: di solito da qualche parte all’inizio c’è un banner dove mi presento, dico che mi chiamo Vincenzo, che vivo da nomade da cinque anni e che racconto questa roba facendo dei pipponi assurdi. Stavolta non c’era posto. Lo metto qui.
P.P.S. Ascoltatevi L’Oro del fiume di Dimartino, ma occhio alle conseguenze.





Mi ha molto toccato questo argento, forse anch'io dovrei imparare a fare a meno dell' oro
Ti immagino nel vento