Due punti
Vita da Nomade #15 | Un tortuoso processo interiore per capire il senso di tornare dove si è già stati
Ciao,
questo numero ha impiegato tre mesi per vedere la luce. Come mai?
Credo ci siano due patti non scritti tra me e chi legge questo progetto: ricevere una newsletter al mese, e parlare di viaggi in modo sincero, senza filtri o stereotipi. Negli ultimi mesi mi sono trovato diviso tra due scelte: scrivere qualcosa tanto per rispettare la scadenza o aspettare di avere qualcosa che avesse davvero senso condividere. Ho scelto la seconda.
Se è la prima volta che leggi: mi chiamo Vincenzo Rizza, e da quattro anni vivo uno stile di vita nomade e minimalista, alternando un lavoro da freelance designer a lunghi viaggi zaino in spalla.
Condivido i miei viaggi qui: Instagram | Polarsteps | Blog | Portfolio.
Perché tornare dove si è già stati?
prospettive · ricerche
Le porte automatiche si aprono di fronte a me. Un gruppo di ragazzi in bermuda e occhiali da sole incrocia la mia strada, spingendo i propri trolley e trascinando le ciabatte sul pavimento lucido. Hanno il cuscino gonfiabile attorno al collo, pronti per la partenza.
Esco con lo zaino sulle spalle e, davanti alla stazione dei taxi, cerco di ricordare: la fermata del bus era a sinistra o in fondo al parcheggio? Mi rendo conto di essere un po’ fuori luogo nei miei pesanti jeans scuri.
Faccio mente locale. Mi torna in mente che l’ultima volta avevo chiesto indicazioni a un autista fuori servizio, che mi aveva detto di attraversare il parcheggio. O almeno credo. No, aspetta, ai tempi non parlavo spagnolo. Sto confondendo gli aeroporti. Decido di andare a sinistra.
Altri viaggiatori spaesati leggono dei fogli appesi a un palo. Ascolto il passaparola, ne colgo qualche parola: sì, la fermata deve essere qui. Faccio appena in tempo ad addentare l'ultima ‘mpanata rimasta nello zaino da ieri, quando il bus numero 6 appare in lontananza. Mando giù in fretta il boccone e preparo il portafoglio. Questo me lo ricordo: il biglietto si paga solo in contanti. Prendo posto lato finestrino. Destinazione: Puerto del Rosario, direzione Corralejo.
Mentre il bus va verso nord, gioco a ricordare i panorami e le fermate: ah sì, qui svolta a sinistra... è vero, qui c'è una fermata... queste case forse non c'erano... l'altra volta era sera…
Ma con tutti i posti del mondo da scoprire, perché tornare dove si è già stati?
Mi sto rammollendo, mi sfotte immediatamente il lato più autocritico di me. Ha ragione, forse.
C'è anche però una sensazione diversa, nuova: come un senso di liberazione nel riuscire a sottrarsi alla spinta del dover sempre conquistare tutto, nel resistere alla pressione costante di accumulare nuove destinazioni.
Entrambe sono vere, credo.
Di sicuro, un sapore ambiguo mi attraversa mentre continuo ad osservare il panorama ampio e desertico scorrere dal finestrino. È una delle ragioni per cui sono qui: questo paesaggio lunare esteso, fatto di dolci vulcani all'orizzonte e poi tanto, tanto spazio. Fuerteventura fu il primo viaggio dopo aver “mollato tutto”. L'avevo scelta quasi per caso, in un periodo in cui qualsiasi destinazione andava bene, purché significasse partire. Ciò che mi rimase impresso fu quella sensazione di spazio immenso che mi attraversava – uno spazio che, paradossalmente, mi riempiva e al tempo stesso mi liberava dal peso della vita precedente, quella che stava per intrappolarmi e a cui ero invece riuscito a sfuggire. È forse quello spazio che sto cercando di ritrovare?
Attorno a me, gruppi di giovani turisti attraversati da elettriche aspettative si danno il cambio con quelli incrociati poco fa: vivranno quelle avventure notturne in spiaggia che ricorderanno per tutta la vita? Riusciranno a cavalcare quelle onde epiche così famose in tutto il continente? Faranno tra di loro un patto per ritornare un giorno ma stavolta per rimanere? Glielo auguro.
Io ho altri piani. Devo solo scoprire quali.
Il bus entra nella stazione di Puerto del Rosario. Ricordo perfettamente l’ingresso. Ero arrivato qui una sera tardi. Ero così ansioso di dimostrare a me stesso ciò che stavo facendo, da essere atterrato senza nemmeno prenotare un ostello. Scoprii solo una volta atterrato che per arrivare a Corralejo erano necessari due bus. Avevo calcolato male i tempi e, alla fine, avevo dovuto trovare una stanza in un albergo a una stella vicino alla stazione dove passare la notte. A ripensarci oggi, lo facevo per il semplice gusto di complicarmi la vita. Per accendere la scintilla dell’avventura. Ma non lo rinnego, anzi, sono fiero di quel ragazzo. E poi oggi non lo rifarei (rammollito, penso di nuovo). Mi metto in fila per il secondo bus, perfettamente in linea con l'orario del check-in in ostello, con una prenotazione per le prime quattro notti.
Oggi è diverso, penso. Non sento più di dover dimostrare un bel niente. Anzi, sfuggo alla consapevolezza di poter facilmente ripartire già adesso per un nuovo viaggio zaino in spalla in Asia, in Messico o in Centro America. Ma che senso avrebbe un altro lungo viaggio adesso? Sono forse qui per scoprirlo?
Quando arrivo in ostello, la volontaria inizia il classico giro di benvenuto, mostrandomi il mio letto, la cucina, le regole della casa. Riconosco il suo accento argentino. Poi inizia a elencarmi le attività da fare sull’isola: la lezione di surf, le dune, il trekking al vulcano, la gita in barca. Ringrazio cortesemente, fingendo di non averle già fatte tutte.
Esco a fare due passi verso il centro. Non ricordo perfettamente la strada, ma non ho nemmeno bisogno di Google Maps. Poter andare ad intuito è una sensazione non banale: mi emoziona. Nei posti nuovi sei sempre lì con la mappa sotto il naso, cercando i luoghi d’interesse; nei posti familiari invece cammini distratto, senza osservare più di tanto intorno a te. Assaporo il lusso di questa via di mezzo.
È così che ci si sente liberi dall’ansia di perdersi qualcosa? È forse per assaporare questa libertà che sono qui?
Mi dirigo verso il centro del paese, prima dalle vie secondarie di Punta Elena a est, poi attraversando i grossi resort e le piccole villette costruite quando questo posto era ancora poco più che un villaggio. Arrivo fino alla via principale, piena di negozi e menù plastificati sfoggiati come spartiti sugli usci dei ristoranti, poi devio verso la discesa che porta al famoso Waikiki, quel ristorante dall’insegna enorme che si dice sia pienissimo dopo le tre di notte, ma non esiste nessuno che ci sia mai stato davvero.
Sfocio su una delle spiagge del centro e scendo attraverso una rampa in legno che porta sulla sabbia. Accanto c’è una piattaforma con un tetto che fa ombra. Ricordo di aver scaricato lo zaino proprio lì, anni fa, perso alla ricerca di un piano e un posto dove alloggiare. Tocco il passamano, come a voler riassorbire l’energia di quel momento. Guardo il mare. Di fronte, l’isola di Lobos, col suo vulcano al centro.
Cammino sulla riva verso nord e passo accanto a una panchina dove anni fa avevo fumato una canna insieme a una tipa dopo una lezione di surf. Incrociavamo le nostre vite in cambiamento, sicuri dei nostri futuri incerti, coi capelli ancora umidi al vento e il sole in picchiata sulla pelle salata. Chissà dov’è lei adesso, mi chiedo.
Mi avvio verso il quartiere di Bristol, a nord del paese, e passo davanti alla porta di quello che era diventato il mio ostello preferito. Ricordo una coppia di viaggiatori con cui avevo parlato per ore, fino a notte fonda, scambiandoci sogni, aspirazioni, direzioni. Anche loro avevano appena cambiato vita, lasciato la loro casa ad Amsterdam per infilare lo stretto necessario nei loro zaini. Lei si era meravigliata di quanto fosse leggero il mio zaino. E da lì ci eravamo persi in una lunga conversazione sugli oggetti, sul minimalismo, su ciò che è davvero necessario. La mattina seguente, prima di partire, si era fermata sull’uscio della mia stanza con due teli di colori diversi in mano. Mi aveva detto che, a proposito di minimalismo, uno dei due era superfluo e che potevo scegliere il colore che preferivo. Io, estremista dell’essenziale, pensavo che un telo non mi sarebbe mai servito, ma non potevo rifiutare. Presi quello blu. Ci abbracciammo, augurandoci il meglio.
Ripassando da quella stessa via, ad anni di distanza, ripenso alla strada che ha fatto da quel giorno quel telo blu. Ha attraversato interi Paesi senza mai perdersi. È sopravvissuto a centinaia di corse in bus, appallottolato in fretta dentro zaini sempre troppo pieni, incastrato nel buio della notte tra le assi di letti a castello, senza mai strapparsi. Ha toccato sabbie lontane, si è impregnato di sale e di vento. Ha fatto un giro pazzesco, per poi tornare esattamente dove si trova ora.
E fa strano pensarci, perché è esattamente il giro che ho fatto anch’io.
Mi dirigo verso il porto, poi imbocco una strada deserta costeggiata da case a schiera di recente costruzione. Di lato, un piccolo parco giochi senza un filo d’ombra. Supero uno stabilimento con un grande murales a forma di piovra e l’insegna di una birra locale. Si apre davanti a me uno spiazzo brullo da cui parte il paseo marítimo, che si allunga verso nord, come un cono che punta dritto al mare aperto. È lì, dove le correnti si fanno più selvagge e le onde si infrangono confuse sugli scogli neri, vengo investito da una scarica di vento forte che porta con sé tutto l’odore dell’isola. Riconosco quel vento, il suo odore. Mi attraversa come mi ha già attraversato in passato. Sento un contatto. È quel profumo vulcanico che, tanti anni fa, ha dato il via ai miei viaggi. Un profumo d’avventura che non ho mai più ritrovato altrove. È l’odore di questa isola. Inconfondibile se lo hai provato.
Tiro fuori il telo blu e lo avvolgo intorno al collo mentre svolazza impazzito. Faccio un doppio giro sulle spalle per tenerlo fermo. Il vento non si lascia fermare, però. Mi sussurra alle orecchie una lingua senza parole. Parla di un inizio, di una miccia che, anche se flebile, non si è mai davvero spenta.
Tornare in un luogo già vissuto non è un tema di primo piano quando si cerca di raccontare una vita da nomade. Siamo certamente più abituati ai nuovi inizi, alle avventure o ai ritorni a casa. È così, mi sembrava interessante esplorare un’altra possibilità: raccontare cosa si prova a tornare in un posto in cui si è stati di passaggio. E in questo ritorno, sento qualcosa di inaspettato: un senso di prospettiva.
Come se potessi tracciare una linea, unendo due punti nel tempo. E osservando questa linea, per un attimo, uscire dalla nebbia del presente e guardarmi da lontano. Non più da dentro, ma da fuori. Con uno sguardo più ampio. Più gentile.
Forse è per questo che sono qui. Per provare a concedermi una distanza sufficiente ad essere più indulgente. A pensarmi come fossi anch’io quel telo blu nel vento. E chissà, tra altri tre anni, dove sarà.
Dove sarò.
***
Il pezzo qui sopra proviene da appunti scritti nei primi giorni di marzo, mai pubblicati. Il motivo è negli appunti seguenti, presi mentre cercavo di lavorare alla pubblicazione di questo numero:
🗓️ Fuerteventura, metà marzo
Ho scritto un pugno di cazzate.
C’è una linea sottile tra lo scrivere per esplorare la forma dei propri pensieri e lo scrivere per imporla. Il motivo per cui mi trovo qui è piuttosto semplice: non so dove altro andare.
Tornando da un lungo viaggio, ho commesso un errore: sono rientrato nella vita che avevo lasciato. Un po’ per impreparazione, un po’ per la paura di restare a corto di soldi. E poi c’è stato quel maledetto infortunio alla schiena, che mi ha costretto a tornare in Sicilia. Un mese, tre mesi... un anno è scivolato via così.
Credo che, di fronte al cambiamento, ci siano tre strade:
si cambia per scelta, si cambia per disperazione, oppure non si cambia mai.
A noi la decisione.
***
Decido di non premere “Invia”, la vita scorre. Fino a quando…
🗓️ Fuerteventura, fine aprile
“By the way, when we all had dinner at the hostel, there were quite a few people who said they wanted to talk with you” – messaggio di Midori
La distanza tra la percezione che abbiamo di noi stessi e quella che gli altri hanno di noi dall’esterno mi stupisce sempre. In quello spazio possono accadere cose straordinarie o terribili. In ogni caso, cose degne di nota.
È così che, nelle ultime due settimane sull’isola, tornato in ostello dopo un mese solitario passato in una stanza subaffittata cercando di dare un senso alla mia permanenza, qualcosa degna di nota accade.
Succede che riesco ad avere qualche conversazione che va oltre i soliti scambi tra viaggiatori. In quei giorni finali, sento accadere qualcosa che qualcuno chiamerebbe “connettere”. E succede più di una volta.
Ad esempio, Jorge a un certo punto mi dice che, da fuori, mi vede molto “centrato”. Lo dice così, en passant, durante una delle nostre lunghe conversazioni. Lui, i cui maestri spirituali hanno rivelato essere un traghettatore (barquero de almas), percepisce l’effetto che quella parola ha su di me e la ripete una seconda volta. Fidati, mi dice.
Oppure quando Cindy mi racconta che, da quando vive a contatto con la natura, ha smesso di provare interesse per l’arte. È un punto di vista forte, sincero, di una ragazza di vent’anni che ammiro molto. In passato l’avrei snobbato. Oggi lo accolgo. Anzi, è come se fossi io ad essere accolto da quel pensiero.
Così, l’ultima sera prima di partire, decido di andare a fare due passi. Finisco di nuovo sul paseo marítimo del primo giorno, di fronte allo stesso mare, sotto lo stesso vento. Mi accorgo che quelle ultime due settimane hanno effettivamente assolto alla funzione di restituirmi la prospettiva che auspicavo nei miei appunti. Quattro anni fa, se avessi incontrato Jorge, Cindy o Midori, non avrei sentito la stessa connessione. Ma questo è ovvio. La parte meno ovvia è che ciò che mi hanno lasciato queste persone è strettamente legato a tutto ciò che ho vissuto tra la mia ultima volta qui e le esperienze vissute da allora.
Adesso sì che ritrovo i due punti nel tempo. Il cerchio si chiude. Avevo solo bisogno di loro.
Dopo aver scritto quegli appunti, mesi fa, mi ero sentito perso. In realtà, ero scivolato ancora una volta nella solita presunzione di voler dettare un senso alla vita. Non funziona così, e ci casco tutte le volte.
E sotto un ultimo tramonto obliquo riflesso sulle nuvole, in un rarissimo momento di respiro, riesco ad accogliere finalmente l’ordine naturale delle cose. So che non durerà molto. Butto fuori l’aria dai polmoni, scaccio via qualsiasi pensiero sul domani e mi godo in silenzio questo meritato ridimensionamento.
Jorge, chissà che avevi ragione.
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In un universo parallelo… undici like sono tantissimi.
Vivere a Fuerteventura
organizzazione · contabilità
Fuerteventura è il posto giusto per una settimana di smart working al mare? Me la consiglieresti come primo viaggio da soli? Rischio di trasferirmi lì per sempre?
Risposta breve: boh.
Risposta meno breve: vediamolo insieme.
Costi
Partiamo dall’aspetto economico. Fuerteventura, come tutte le Canarie, è una meta turistica. Prendendo gli ostelli come riferimento, rispetto a tre anni fa i prezzi sono saliti di circa il 25%.
In due mesi ho speso €2.307,50, considerando anche i €102 per il volo d’andata acquistato a febbraio. In totale, circa €1.150 al mese.
Come sempre, considero tutte le spese effettive, inclusi servizi digitali e palestra, non solo quelle da “viaggio”. Ecco il dettaglio:
🛏️ Alloggio: il minimo per un letto in dormitorio è €18 a notte, ma serve prenotare con anticipo. Sotto i €25 è difficile trovare posto. Le stanze singole su Airbnb partono da €800-900/mese. Io ho trovato una stanza subaffittata a €490/mese chiedendo in giro.
🛒 Spesa: seguendo una dieta vegetariana e senza una cucina tutta mia, tendo ad acquistare prodotti un po’ più cari o già pronti. I prezzi in media sono comunque medio-alti. Il supermercato più economico è l’Hiperdino, ma resta comunque una catena generalista. Spesa media: €65 a settimana.
🚎 Trasporti: raggiungere Fuerteventura con voli diretti ed economici non è sempre semplice. Dalla Sicilia, ho speso €102 con bagaglio a mano (dormendo in aeroporto a Roma). Il ritorno mi è costato €200 (traghetto + volo con scalo e notte a Madrid). I bus Tiadhe collegano i principali centri dell’isola: la corsa Corralejo - El Cotillo (1 ora) costa €3,10.
🍝 Ristoranti: ho mangiato fuori solo un paio di volte. Il resto sono caffè, birre e qualche serata. Ho evitato lo stile “vacanza al mare” con mojito in spiaggia e tapas al ristorante. Totale: €76 al mese.
⚕️ Health: questa categoria comprende principalmente le spese della palestra. Ho seguito un corso bisettimanale al KOI Studio per €60/mese, in linea con i prezzi delle palestre a Corralejo. C’era anche una palestra comunale, con prezzi ridotti.
🍿 Svago: una lezione di surf (€50, prezzo standard), e una giornata in bici (€15).
Considerazioni personali
Fuerteventura è un’isola speciale, ideale per una vacanza all’insegna della libertà, del surf, della natura. La sua distanza dalla terraferma si sente. La densità abitativa è bassa, e molti arrivano con il desiderio di evadere: persone al primo viaggio da soli, chi cerca lavoro per trasferirsi, gruppi di amici per un surf camp. È un’isola che smuove qualcosa dentro.
Ma, se si va oltre queste parentesi, si scopre anche altro. Costruire una comunità stabile è difficile: le persone vanno e vengono, e non si può vivere sempre in vacanza. Per chi vive di surf o kite, è il paradiso. Per chi cerca anche altro, può diventare difficile. È ciò che mi hanno raccontato, ed è anche ciò che ho percepito confrontando la mia prima esperienza qui (tre anni fa) con questi ultimi due mesi.
Personalmente, credo molto nella costruzione di spazi come veicoli di esperienze. Ma ho sentito la mancanza di veri luoghi di aggregazione. Il triangolo Corralejo–Lajares–El Cotillo è pieno di bar, musica e bella gente, ma si tratta sempre e solo di luoghi di consumo. Online si trovano molte attività: yoga, danza, cucina, meet-up per nomadi, ma sono tutte a pagamento.
In fondo speravo di trovare un posto in cui tornare. Ma, a meno che non sia per una vacanza o un surf camp, non credo che tornerò.
Cara Fuerte, scusami. Non sei tu. Sono io.
Approfondimenti
Mi sto interessando al tema cicloturismo, e dunque ne approfitto per condividere qualcosa a tema:
🚲 Alberto Megale sta viaggiando da Vibo Valentia a Cape Town in bici. Attualmente è in Senegal, quasi a metà del suo percorso.
🚴🏻♀️🚴🏻♂️ Alessia e Stefano stanno per completare un incredibile viaggio Chioggia-Singapore. Dopo ben 457 giorni di viaggio sono arrivati in Malesia, a poche centinaia di chilometri dalla tappa finale.
🚵 Bike Trac è una Bike Travelers Academy che si terrà il 20-21-22 Giugno al Rifugio Lausen (VR). Sto valutando di andare, per imparare a organizzare un viaggio in bici (spoiler? 👀)
Ultima riga
Sarebbe francamente assurdo chiedere a chi è arrivato fin qui di mettere un cuore, lasciare un commento o addirittura offrirmi un caffè. Quindi per questa volta faccio solo questo: grazie.
E spero di risentirci presto.










Ciao Vincenzo ho letto con piacere quello che hai condiviso....riesco ad intuire, da quello che ho letto...che il viaggio per te non è un luogo dove andare ma dove ritrovare la tua anima...quella immensa dimensione di noi stessi che ci sfugge...e per ritrovarla abbiamo bisogno di luoghi....p.s. anche io ho bisogno di luoghi per ritrovarmi... perché nella ripetitività mi perdo.
Ciao Vincenzo,
a volte penso che tutte le volte che ho ricominciato in una nuova città è stato per riprovare la sensazione non banale di poter andare a intuito, come dici tu. Per me non c'è cosa più bella di sentire le strade di una città sempre più familiari fino a non dover più usare il navigatore; smettere di avere l'ansia di dover vedere tutti i monumenti e di dover cogliere ogni dettaglio. Per me il viaggio inizia quando finisce la fase d'esplorazione e inizia a costituirsi una piccola zona di conforto. Un saluto da Cusco, la mia casa in Perù.